Prof.ssa Sara Taglialagamba - storico dell'arte

LE QUATTRO STAGIONI DELL’ANIMA

Chiedersi: che cosa fa veramente la differenza?
Sentirsi rispondere: che il mondo, senza di te, non esiste.

È questa la percezione, la descrizione, il punto culminante del lento ma inesorabile svegliarsi dell’anima: “Ero addormentata al margine dell’invisibile, dentro e fuori di me, cercavo una strada da intraprendere, soltanto per poter esistere”. È così che si apre il viaggio scandito dalle quattro stagioni dell’anima che più che misurare nel loro avvicendarsi il passare del tempo, indicano diversi salti quantici di livelli emozionali per la presa di coscienza del se in una congiuzione tra anima e materia e, di contro, la perdita progressiva dell’in-differenza che, al rovescio, era la disconnessione tra le due sostanze, fatte di pneuma e molecole: l’anima e la materia.
È un passaggio animico e per questo primordiale, istintivo, nel suo significato più vero dell’anima(le), nel senso compiuto e di fatto, di una lotta per la sopravvivenza che necessariamente è accreditarsi dal dolore e dalla sofferenza sperimentandole sulla pelle per poi rinascere. È una danza lenta e pausata che porta, nella luce, alla piena accettazione del dolore per imparare che le sconfitte servono soltanto a preparare grandi vittorie.
L’in-differenza è dunque uno stato emozionale al riparo di quel dolore sordo che non permette all’anima di svegliarsi, tenendola incatenata in uno spazio a-temporale, dove è in balia del peggiore dei suoi carcerieri: se stessa.
La non-azione è uno scudo, un salvacondotto salvifico per non essere più feriti, una non-scelta che serve per mettersi al sicuro, al riparo in un limbo sospeso. Un’anima in-differente, infatti, non prende decisioni, non compie azioni, non discerne perché per lei e attorno a lei, ogni cosa è ininfluente, incapace di condurre cambiamenti rispetto alla sua condizione d’esistenza. Niente di più vero ma niente di più falso per la ritualità sacra della vita: per esistere – e non per sopravvivere – un’anima si deve confrontare con la realtà e lasciare quel luogo a-temporale, a-settico, a-emozionale di in-differenza in cui è confinata.
È questo il concetto, poetico e sottile, che ruota attorno all’“Anima in Fiore”. Immagini e fotogrammi raccontano l’ascesa dell’anima che prende coscienza di se stessa, si riconosce, si sublima, si eleva e rinasce in un processo evolutivo che passa attraverso quattro stagioni del suo sentire, che sono in realtà stati voluti dal sapore amaro dell’esperienza.
L’autunno è il momento della percezione spaziale ovvero della presa di coscienza, attraverso l’incedere del tempo, dello spazio che la imprigiona. La ribellione è espressa dall’inverno e dalla rottura spaziale in grado di scalfirne solo la superficie. Non è con la rabbia che quella parete può essere demolita: solo quando l’anima ritrova l’unica in grado di riportarla a se stessa. Ed ecco la primavera della sublimazione spaziale, una rinascita spirituale e materica ad occhi chiusi, guardando dentro se stessi.
È finalmente estate e valicare la parete è ora possibile. La penetrazione spaziale, che non diventa solo il gesto ingegnoso e ben studiato della mano che travalica il lato bidimensionale della realtà ma si estende emotivamente ben oltre, permettendo così all’anima di mettersi integralmente a nudo e camminare per mano con il proprio bambino interiore. Solo rientrando dentro se stessi è dunque possibile far cadere la barriera che ci imprigiona. Ritornando alla domanda iniziale: cadiamo nell’ in-differenza ma noi stessi siamo la differenza.