Sei sicuro di essere solo quando dormi...? Sognare significa dar vita alla fantasia subcosciente del proprio alter-ego

Il desiderio di addentrarsi tra l’ignoto comporta necessariamente il confronto con un instabile labirinto, metafora dell’esistenza dell’uomo e dei meandri sconosciuti della mente. Il termine μεταφορά, nelle sue radici etimologiche, trattiene insita  l’intenzione di portare oltre, di travalicare un significato per traslare letteralmente in un altro. L’opera di Andrea Prandi dedicata al Labirinto dei sogni conserva intatta questa volontà, permettendo a chi se ne fa protagonista di indagare, attraverso il confronto con i propri sogni ricorrenti, la propria inespressa intimità, in una sorta di effetto specchiante estraniante, in grado di condurre in una dimensione altrimenti destinata a rimanere oscura. Nel Labirinto dei sogni non è la vita a generare il sogno ma il sogno a generare la vita. La materializzazione di una visione onirica rivela all’essere umano i contorni dei più reconditi desideri, delle emozioni nascoste, delle sensazioni più vere. Il dedalo è una performance che origina l’opera, concepita per essere installativa prima e video artistica successivamente. All’interno di essa persone comuni ripercorrono, dentro di un letto che è oggetto e soggetto dell’intrico disorientante, i bivi della propria mente per incontrare un sogno ricorrente che li definisce e caratterizza. Inaspettatamente, la visione prende forma reale attraverso le movenze di un teatrale alter ego, che ne riproduce fattezze e movente. Eccolo, inevitabile, al centro del labirinto, lo specchio di quello che realmente si agita nella coscienza di ciascuno, quel sogno che è, tra le altre cose, secondo le parole di Freud, una proiezione, l’esternazione di un processo interiore. L’anima attende con sguardo fisso di riconoscere le fattezze di quell’essere sconosciuto che l’uomo teme di incontrare tra i meandri del labirinto, quell’antagonista che contiene, da sempre, una parte profonda di se stesso. L’artista, simbolicamente, si colloca all’interno di quel fulcro, disposto al confronto con la propria parte oscura, senza remore. Per l’umanità, egli ipotizza la possibilità di affrontare due percorsi: uno più breve, immune da pericoli, uno tortuoso e intricato, destinato a passare dal centro, dove l’incontro/scontro risulta inevitabile. La coscienza può essere risvegliata soltanto da un’azione consapevole, disposta a dialogare con l’ignoto e con il non sense oscuro e surrealista riportato da Michael Ende: soltanto chi lascia il labirinto può essere felice, ma soltanto chi è felice può uscirne. Il labirinto per l’artista non resta un errare senza senso, ma diviene percorso obbligatorio per un’esistenza consapevole, memore del per aspera ad astra, della necessità di intuire e indagare la percezione della profondità dell’animo, dell’estraniarsi dal reale per giungere al nucleo della verità. Al centro dell’opera Andrea Prandi, come un antico oracolo, si interroga sul senso dell’esistenza rendendoci partecipi di un’esperienza senza tempo.

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